La storia di Heinz Skall ebreo internato a Campagna, oggi ne parliamo con la figlia Anna Skall in un’intervista a cuore aperto

Anna Skall e Maria Calenda nel ex campo d’internamento di Campagna anna 2025
Cosa ricordi di tuo padre Heinz e dei suoi racconti?
Se penso a papà ricordo la sua dolcezza, la sua calma, la sua pazienza,
la sua vena di malinconia, il suo grande affetto per la famiglia, la sua
disponibilità verso chi aveva bisogno. Aveva trasformato l’ immenso
dolore per la morte prematura dei genitori Otto Skall ed Helena Schein
nella Shoah in un semplice e grande amore per la vita in tutte le sue
forme. Un giorno mi disse:”Loro sono morti, noi DOBBIAMO vivere”,
quasi sentisse l’urgenza di godere anche a nome loro (privati anzitempo
senza alcuna colpa di questa possibilità) delle bellezze che la vita ci offre
quotidianamente, anche solo la vista di un tramonto o il sorriso di un
bambino.

In foto Helena mamma di Heinz e moglie di Otto
Lui, che aveva un’anima di artista, scattava foto o disegnava
acquarelli che ritraevano persone e cose che lo circondavano, sfogliava
libri d’arte, ascoltava musica lirica e sinfonica. Più che raccontare, papà
scriveva e nei suoi appunti ho trovato ricordi di vita passata, prima della
seconda guerra mondiale, prima della persecuzione nazi-fascista degli
ebrei…una vita normale, serena. Ha scritto ad esempio per mia figlia il
racconto dell’incontro (cui papà aveva assistito) di suo padre Otto,
fotografo d’arte, con Toscanini. Otto aveva scattato delle foto di un
concerto diretto dal grande maestro a Vienna ed era andato a
portargliele all’albergo dove Toscanini risiedeva…Toscanini le guardò ed
esclamò :”Burattino!” riferendosi al suo gesticolare durante la direzione
dell’orchestra.

In foto Otto papà di Heinz Skall
Che cosa è restato in tuo padre emozioni,ricordi, paure del campo di internamento a Campagna?
Anche su Campagna ho trovato un piccolo diario di papà. Dopo l’entrata
in guerra dell’Italia (8 giugno 1940) era stato arrestato a Bologna, lui
nato a Vienna, dove aveva terminato gli studi universitari e viveva.
Messo con altri ebrei su un treno, terrorizzato che la direzione fosse la
Germania, con sollievo capì che invece il convoglio si dirigeva verso il
Sud Italia. Arrivato a Eboli fu trasportato poi a Campagna. Ricordava che,
salendo in catene il vicolo che portava al Convento di San Bartolomeo
(ora Museo della Memoria e della Pace), alcune signore dai bassi che si
affacciavano sulla strada chiedevano:”Ma cosa avete fatto?” ed alla
risposta “Siamo ebrei” chiedevano cosa fossero gli ebrei e porgevano loro
pane con la salsa di pomodoro per rifocillarsi. I Campagnesi non avevano
alcun pregiudizio nei confronti di chi praticava una diversa religione e li
accolsero con amicizia. La vita nel Convento adibito a prigione era molto
spartana, sempre in attesa della posta che portava notizie dalla mamma
che viveva a Vienna e dal papà che viveva a Praga, entrambe già
conquistate da Hitler. Gli internati ebbero il permesso di allestire una
piccola Sinagoga, una biblioteca, un’infermeria. Facevano ginnastica e
organizzarono partite di calcio con i secondini. Insomma anche chi era
delegato alla loro custodia cercava di rendere meno pesante la loro
prigionia. Addirittura ebbero il permesso di alloggiare a pagamento in
case private e papà poté così soggiornare a casa del Sig.Mirra,
usufruendo di una maggiore comodità. Il Vescovo di Campagna,
Giuseppe Palatucci, si adoperava inoltre in ogni modo per aiutare
materialmente, praticamente e psicologicamente i prigionieri, invitandoli
anche a cantare nel coro della Cattedrale (papà cantava da basso!), a
suonare l’organo, e presenziando agli spettacoli di lettura di classici che
venivano allestiti dagli ebrei in serate culturali (papà leggeva
Shakespeare).
A Campagna mio padre iniziò anche a disegnare, per lo più a china, il
paese che lo circondava e ad inviare questi disegni ai suoi genitori, che
potevano così vedere i luoghi dove il loro ragazzo viveva. Adesso copia di
tutti i dipinti che si sono salvati dalla guerra sono esposti nel Museo della
Memoria e della Pace di Campagna.
Il trasferimento a Sala Consilina, l’incontro con tua madre cosa ricordi del loro amore?
A causa di una malattia ad una gamba papà chiese un trasferimento in
libero internamento a Sala Consilina, che aveva un clima meno umido, e
lo ottenne nel novembre 1941. A Sala fu alloggiato in una camera di un
edificio in alto nel paese, che dominava la Valle del Diano. Lì aveva una
stanza in affitto anche colei che diventerà la mia mamma: Rita Cairone.
Era una ragazza di 23 anni, salernitana, che insegnava tedesco al locale
Liceo. Si incontrarono davanti al grande camino della cucina e iniziarono
a parlare…due mondi distanti anni luce (mamma figlia di artigiani, unica
donna laureata della sua famiglia, papà di famiglia della buona borghesia
di Vienna, città di grande fervore intellettuale ed artistico). L’amicizia si
tramutò in un grande amore nascosto (era vietato ai cosiddetti ariani
frequentare gli ebrei). Nei primi mesi del 1942 papà ebbe la notizia delle
morti di suo padre a Praga con la sua seconda moglie per suicidio, ultimo
atto di libertà per non finire a Theresienstadt e poi ad Auschwitz, e della
deportazione della madre per la Polonia, madre della quale si persero per
sempre le tracce (papà non avrà mai una tomba su cui piangerla). In
quei momenti terribili Rita era accanto a lui e cercò in tutti i modi di
sostenerlo e consolarlo… ma purtroppo una lettera anonima denunciò
alle autorità il loro legame e Rita fu dapprima cacciata da tutte le scuole
del Regno, come si diceva allora, poi reintegrata ma trasferita a Amalfi.

In foto Rita Cairone madre di Anna Skall
Papà resterà solo nel suo immenso dolore.….trascorreranno due anni
senza notizie reciproche perché papà, dopo varie vicissitudini, riparò in
Francia fino alla fine della guerra. Mamma raccontava che lo aveva
sempre aspettato (“finché non so che è morto io lo aspetto” diceva alla
nonna Clotilde, sua madre). E papà sopravvisse e tornò da lei. Si
sposarono nel 1946 ed ebbero due figlie, mia sorella Elena ed io.
Come hai vissuto la tua vita sapendo quello che ha subito tuo padre?
La mia è stata un’infanzia felice. Certo avevamo solo parenti di Salerno,
dei nonni paterni e di tutti i parenti di mio padre vedevo solo le foto
conservate negli album. Più che papà, è stata mamma a raccontarci
gradualmente ciò che accadde durante la seconde guerra mondiale a
tutta la famiglia di mio padre. Poi in età adulta ho letto tutte le lettere dei
nonni scritte dal 1940 al 1942 che papà era riuscito a conservare. Lui le
ha tradotte dal tedesco in italiano per noi figlie e da quelle parole e dagli
appunti che papà scriveva vicino alle foto o nei suoi piccoli diari ho
compreso appieno l’enormità di ciò che accadde, la tragedia che si è
abbattuta su di lui come su altri sei milioni di persone… la persecuzione
di innocenti colpevoli solo di essere “diversi” per religione, per
orientamento sessuale, per idee politiche, o disabili o obiettori di
coscienza o rom…
Sei tornata a Campagna più volte, cosa hai provato la prima volta quando hai varcato le mura del campo d’internamento dove ha vissuto tuo padre?
Dopo l’uscita del libro che narra la storia dei miei nonni e di papà (La
lunga strada sconosciuta” di R.Lughezzani, Marlin Editore) sono stata
invitata più volte a Campagna per raccontare ai ragazzi le vicende che
hanno coinvolto la mia famiglia. La prima volta che mi sono incamminata
per la salita che porta al Convento di San Bartolomeo veramente mi è
parso di tornare indietro di ottant’anni… il lastricato grigio che i piedi di
mio padre avevano calpestato, le case in pietra, immutate, la montagna
alle spalle di Campagna che papà tante volte aveva disegnato…e poi nel
Convento c’era il chiostro, dove papà scriveva che ai suoi tempi esisteva
una fontanina dove ci si doveva lavare con l’acqua gelida, e le camerate,
adesso ricostruite con brande ed oggetti del tempo…un’emozione
davvero profonda. Ed anch’io ho provato la cordialità e l’affetto dei
Campagnesi, che mi hanno accolta e fatto sentire subito “a casa”.
Durante questi anni, a seguito della storia di tuo padre, ti è mai capitato di sentirti messa da parte, emarginata?
Mamma ci diceva che papà desiderava solo figlie femmine, perché voleva
che il suo cognome terminasse con lui, per paura che in futuro di nuovo
qualcosa di terribile potesse accadere…A me invece da piccola il mio
cognome strano piaceva molto, mi sembrava originale e che mi facesse
solo ricordare meglio da maestri e compagni di scuola. Mio padre, dopo
la guerra, ha deciso di convertirsi al Cattolicesimo. Mia sorella ed io
siamo quindi cresciute cattoliche e non ho assolutamente mai sentito
alcuna discriminazione nei miei confronti. C’è anche da dire che dopo la
guerra solo ai miei parenti ed agli amici stretti papà e mamma avevano
raccontato ciò che era accaduto alla famiglia di papà. A quei tempi non
se ne parlava, per una sorta di pudore o forse perché si pensava che le
persone non volessero conoscere un passato tanto oscuro e doloroso per
molti…verso gli anni ’80 i testimoni diretti per fortuna hanno cominciato
a raccontare ed a far conoscere l’inenarrabile!
Io nel mio piccolo, come
testimone indiretta, cerco di portare avanti la Memoria di ciò che è stato
e di ricordare anche tutti coloro che si sono spesi per aiutare mio padre.
Papà non ha fatto la fine dei suoi genitori solo perché alcuni (a partire da
mamma, agli amici di Bologna, tra cui ricordo Emiliada Guidotti e Gina
Da’Vià, al Vescovo Palatucci, ad un ignoto medico che mentre papà
tentava a piedi la fuga dalla Val d’Aosta in Francia lo portò letteralmente
a spalle aiutandolo a passare le Alpi), alcuni, dicevo, non sono rimasti
indifferenti e lo hanno aiutato, spesso a rischio della vita, obbedendo
esclusivamente alla legge del loro cuore.
Quindi voglio terminare con una riflessione sulla differenza che ognuno
di noi può e deve fare nella vita degli altri, citando la grande e
coraggiosa Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che ha
detto:“Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro
l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di
sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può
usare.”

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